Adriana Turriziani è una figura chiave nella medicina palliativa italiana. Ha combinato clinica, didattica e ricerca per sviluppare un modello integrato di assistenza alla fine della vita, improntato all’etica e al rispetto della persona. I suoi ruoli dirigenziali e la vasta produzione scientifica riflettono il suo impegno nel promuovere cure palliative accessibili, di qualità e orientate al benessere globale del paziente. « Le cure palliative sono una scelta “rivoluzionaria” in senso positivo, perché preservano dignità, inclusione e qualità della vita, opponendosi alla visione della morte come mera soppressione del dolore ». « La medicina ha molte sfaccettature, ma poche sono così profondamente legate all’umano come le cure palliative. Esse rappresentano una delle espressioni più alte della medicina, perché non cercano la guarigione a ogni costo ma il sollievo, la qualità della vita, l’accompagnamento del paziente e della famiglia nel tempo della fragilità. Riguardano non solo il fine vita, ma ogni fase in cui la malattia non è guaribile, ma è ancora trattabile, clinicamente, umanamente, spiritualmente. È un approccio che pone al centro non solo la malattia ma, soprattutto, la persona, il suo vissuto, i suoi bisogni e le sue speranze. Prendersi cura significa, sempre, esserci davanti a quella persona, alla sua fragilità, alle sue domande silenziose, nel suo specifico contesto di vita. Quando i medici non possono cambiare il decorso della malattia in fase avanzata o della condizione di cronicità avanzata, possono sempre cambiare il modo in cui una persona, adulto o bambino, le attraversa. Le cure palliative affrontano la complessità della sofferenza, rappresentano una medicina capace anche di presenza, ascolto condivisione, compassione e, soprattutto, presa in carico ».
Salvatore Tomai, regista e autore televisivo RAI dal 1999, è una presenza cara e partecipe nella famiglia del Faito Doc Festival. Laureato al DAMS di Bologna, ha firmato negli anni documentari e speciali per Rai 1, in particolare per il programma A Sua Immagine, con uno sguardo sensibile alla spiritualità e alla dimensione umana. Amico fraterno dei direttori artistici del Festival, lui e sua moglie Emilia, condividono con loro un legame profondo, umano e artistico. Caterina, la loro amata figlia, scomparsa a soli 9 anni, fu damigella d’onore al matrimonio di Nathalie e Turi: un gesto semplice, ma carico di affetto e memoria. Nel suo libro Un sorriso nel cielo. Storia di Caterina, Salvatore racconta il dolore della perdita trasformandolo in un racconto di fede e luce. « Io e mia moglie Emilia abbiamo visto Caterina spegnersi come una candela, lentamente. E come una candela ha sprigionato luce attorno a sé, in modo semplice: con il silenzio, uno sguardo, un sorriso, una parola o un piccolo gesto d’affetto…” Le sue parole e la loro vita sono testimonianza discreta ma potente di quella santità quotidiana che Papa Francesco definisce « nascosta »;, ma non per questo meno luminosa.
Antonella D’Amora (Pompei, 1988) è cantante, studiosa di cinema e collaboratrice di lunga data del Faito Doc Festival, con cui condivide da anni un legame profondo e vitale. Dopo la laurea al DAMS di Salerno e al CITEM di Bologna, sviluppa una ricerca che intreccia spiritualità, linguaggi audiovisivi e vissuto personale. La sua presenza al festival, quest’anno, è un atto d’amore e di resistenza. La sua testimonianza, nel segno della recente perdita del marito Antonino – anche lui amico caro di molti del Festival – si fa gesto di contatto tra i mondi, soglia di trasformazione. Nel silenzio dei boschi del Faito, la sua voce custodisce la memoria, accoglie la fine e ne fa relazione viva con tutti noi.